Trecentosessantacinque giorni esatti, o giù di li. Tanti sono i giorni trascorsi da quando è iniziata l’avventura Africana. La scoperta del continente dalla terra rossa e dei sorrisi indimenticabili. Un anno trascorso nel caos della routine quotidiana (stravolta completamente da questo maledetto coronavirus…) ma sempre con un pensiero fisso e costante, rivolto agli amici che ho incontrato ed i luoghi in cui ho lasciato il mio cuore.

Un viaggio iniziato con la forte volontà di scoprire la vera Africa, non quella dei clichè più turistici (…zone che sicuramente meritano di essere visitate, ci mancherebbe altro) ma quella più cruda, dura, fatta di incredibili incertezze e di uomini che combattono ogni giorno per sopravvivere senza mai dimenticare l’importanza di un sorriso, un abbraccio, una stretta di mano ma anzi, ne fanno da base al loro approccio quotidano alla vita. 

E’ così che grazie all’aiuto di Valentina, compagna di vita e di avventure e spinto dalla costante necessità di conoscere e confrontarmi con la vita, siamo entrati in contatto con l’associazione SOHO che in breve tempo ha aperto le sue braccia ed accolto la nostra richiesta: vivere a contatto con i ragazzi del Potter’s Village di Dodowa è stato uno dei regali più belli che la vita potesse offrirmi (nel vero senso della parola perchè da li a poco avrei compiuto gli anni insieme a loro!). 

Ho impiegato non poco per trovare le parole adatte a raccontare tutto quello che abbiamo vissuto in quindici giorni praticamente di pura apnea ed ancor di più ho impiegato per capire come organizzare e cosa condividere delle fotografie che avevo portato a casa: la terribile paura di creare un’accozzaglia di immagini senza capo nè coda, di scrivere troppo o magari troppo poco, la voglia di creare un racconto fotografico e la poca esperienza in termini di reportage (anche se oggi sembra un pò tutto essere “reportage”… si vede che fa figo, bò non lo so, ma credo che dietro alla parola reportage ci sia innanzitutto il profondo studio di un aspetto all’interno di una situazione, cosa che non era prevista nel mio viaggio in quanto era la prima volta che entravo in contatto con l’Africa e che non sia proprio questo primo viaggio a fungere da apripista per futuri approfondimenti… vedremo!).

Domande e dubbi che si sono palesati e finalmente auto-chiariti dopo innumerevoli prove di editing e chilometri di appunti accartocciati nel cestino della mia scrivania (km… non scherzo!). La risposta? Me la sono data (da solo, alla Marzullo) in tre punti semplici e chiarissimi:

1) Impossibile tirare fuori un reportage quando non ci sono le basi di un reportage… e fin qui tutto chiaro, limpido, ma attenzione: sembra banale ma dalle risposte più semplici nascono le verità più grandi. In ogni caso, fuori il primo dubbio.

2) Impossibile perchè non ero li per fare fotografie ma la nostra mission era quella di vivere e portare il nostro aiuto agli amici del Potter’s Village (anche se ben presto ho capito che sarebbero stati loro ad aiutare noi…) e lo strumento fotografico avrebbe fatto solo da contorno a questa esperienza. Impossibile perchè volevo realizzare alcuni progetti con i ragazzi e non sapevo quanto avrei potuto “lavorare” con la mia mente e con la mia macchina fotografica. La mia concentrazione era rivolta tutta li, al Potters, ai ragazzi e a tutto quello che si poteva fare in quel momento per loro.

3) Impossibile perchè alla partenza ero emozionato, incuriosito e allo stesso tempo impaurito, ignaro di tutto quello che avremmo vissuto, salvo scoprire poi che si è trattato molto probabilmente di un temporaneo incontro con la felicità: ma questa è un altra storia.

Cosa fare allora? Ancora pià facile: raccontare “semplicemente” le emozioni che abbiamo provato nelle varie fasi della nostra esperienza e condividere, nel modo più ordinato possibile, tutta la fotografia che l’Africa mi ha lasciato fare. Perchè nel mio caso è stato proprio cosi, non ho cercato nulla ma ho lasciato che fosse il viaggio a guidarmi. E’ stato un po’ come mettersi nella condizione mentale più incerta e libera possibile per un fotografo: potevo tornare a casa anche senza nulla, non avrei fatto un torto a nessuno, forse nemmeno a me.

L’ ho intitolato “La ricerca della MIA felicità” perche è stato un viaggio arrivato e cercato in un periodo della mia vita molto particolare. Avevo il bisogno, aimè tuttora vivissimo, di allontanarmi dalla quotidianità (… no, non avevo fatto nulla di illegale) di abbandonare la nostra società, di staccarmi da tutto, almeno momentaneamente. Ho iniziato ad avere bisogno di scoprire perchè più di qualcosa del nostro modo di vivere e concepire pensieri ed idee non mi soddisfa affatto ed anche perchè da qualche tempo avevo bisogno di nuovi stimoli fotografici e nuovi luoghi lontani da Roma e da ogni forma di turismo, in cui immergermi. Ho voluto perdermi per confrontarmi con qualcosa di sconosciuto, per aprirmi a culture totalmente distanti dalla nostra: quasi una scusa per sentirsi rinascere, per azzerare preconcetti e pregiudizi accumulati. Non so quante risposte potrà fornire questo approccio ma quantomeno mi pone nella felice posizione di chi non vuole sapere ma si ciba di confronto e di aperture complete e sincere, verso chi condivide con me la vita. Forse è questo il modo di vivere che mi tiene vivo, forse è questa la ricerca che voglio e che mi porterà a studiare altro… chi vivrà, vedrà.

Per questo ho deciso di lasciare alla fotografia (…e direte “menomale”, visto che ho già scritto abbastanza)  il compito di raccontare tutto. Ho diviso il viaggio in quattro capitoli (più una piccolissima Bonus Track) che raccontano le macro-fasi che più hanno segnato il viaggio: la vita di Dodowa, la scoperta della Costa d’Oro, il Potter’s Village e le attività fotografiche svolte con i ragazzi.

Vi rubo solo gli ultimi minuti per presentare la mini clip che racchiude alcuni dei momenti salienti della nostra esperienza. E’ con questo video che lascio le parole alle immagini, con l’augurio di poter tracciare un ricordo felice ed indelebile della nostra avventura.

Chapter I

Street Photography nel villaggio di Dodowa

Parlare di Dodowa significa parlare della scoperta, improvvisa ed inaspettata,  di un infinito microcosmo di vita fatto di sempicità, difficoltà incredibili, di sorrisi veri e di rari esempi di umanità che ti scaldano il cuore ad ogni passo. Dodowa significa capire che anche dove sembra non esserci nulla, in realtà c’è tutto (mia nonna diceva sempre simpaticamente la classica frase – se stava mejo quando se stava peggio – credo si riferisse a qualcosa del genere…) ed anzi, probabilemnte è li che si sviluppa la vera vita, quella fatta di pochissime cose essenziali e che scarta a priori ogni futile elemento.

La vita di Dodowa, piccolissimo villaggio immerso nella foresta Ganese, ad un’ora circa dall’Oceano Meridionale e da Accra – la capitale – si sviluppa intorno al mercato, fulcro nevralgico di ogni attività. Un mercato autentico, come dicono da queste parti: 100% Africano. Terra rossa, cibo, preghiere, musica e bambini che giocano ad ogni angolo. Passaggio obbligatorio per tutti gli abitanti di Dodowa e non solo è stato il luogo che per primo mi ha permesso di familiarizzare nei giorni di permanenza Africana.

Dodowa è anche (… e per il nostro intento, direi soprattutto)  il paese dove sorge il Potter’s Village, una struttura di accoglienza a lungo termine che ci ha ospitato nei nostri giorni africani e che ospita oltre 150 ragazzi che vivono situazioni di vita disagiate. Una seconda famiglia, scoperta all’improvviso che mi ha permesso di conoscere e toccare con mano una realtà che avevo sempre visto in modo marginale, attraverso articoli o dalle storie di chi prima di me l’aveva vissuta. Volevo entrare a contatto, da vicino, con i dolori e le gioie semplici, pure, indescirivibili di chi vive questa vita e per farlo ho dovuto immergermi completamente nell’ambiente circostante. Non è stato facile, soprattuto all’inizio, ma una volta che si viene accolti da queste persone tutto intorno a te cambia, prende vita e li inizia il viaggio nel viaggio che ti porta a scoprire.

Devo essere sincero, non è stato facile nemmeno fotograficamente parlando e forse è per via di questa difficoltà che, almeno per me, ogni scatto realizzato porta con se un peso specifico diverso dal solito fotografare. All’inizio ero spaesato, concentrato sulle attività da svolgere con i ragazzi (di cui vi parlerò più avanti) e non riuscivo a focalizzare l’attenzione su cio che mi circondava. Ero un pò “spaventato” e la sensazione (che si faceva realtà) di avere sempre gli occhi puntati addosso mi bloccava (…a questo dedicherò un articolo a parte perchè è un discorso interessantissimo secondo me che divide completamente l’approccio “street” europeo-occidentale da quello orientale-africano). Poi giorno dopo giorno, capivo che le persone stavano familiarizzando con la mia presenza barbuta e di certo non consueta in un luogo come Dodowa e vedevo che il mio approccio cambiava e si ammorbidiva ogni giorno di più, fino a vedere finalmente le prime immagini prendere vita, quasi da sole: i bambini correre e giocare lungo le strade impolverate, il mercato vivo e variopinto, le donne che trasportano con le loro “cercine” qualsiasi cosa, lo sport (il calcio su tutto ovviamente), le abitazoni basilari e incredibilmente colorate, il tramonto che ti entra negli occhi e non va più via. Dodowa mi aveva dato il benvenuto: “Akwaba”, come si dice da queste parti.

                                                                                   “Perchè in fondo, da Dodowa, non si torna mai…” Cit.

Chapter II

Street Photography - Road to Cape Coast

Nei momenti di “pausa” da Dodowa e dal Potter’s Village, sopratutto durante i weekend, ci siamo presi alcuni spazi per rilassare la mente e ricaricare le energie in vista dei giorni futuri. Abbiamo cosi sistemato lo zaino, caricato a dovere le batterie delle macchine fotografiche, saliti in macchina e partiti alla scoperta della Costa d’Oro. 

La strada che da Dodowa porta a Cape Coast, è un incredibile crocevia di vita e di storia. Le sue strade sono “un parcogiochi” (passatemi il termine) per la fotografia di strada: l’Africa è “On the road” nel vero senso della parola. Ogni lembo di terra ed ogni villaggio che si incontra può essere fonte di ispirazione per realizzare uno scatto da portare a casa. Gli innumerevoli e frequenti cambi di mezzo di trasporto (nell’ordine: Bus – Taxi – Piedi – bus – macchina – Taxi – Piedi) mi hanno messo nella condizione di scoprire la strada da vicino ed in un nuovo modo. E’ in casi come questi che il concetto espresso piu volte da Rebecca Webb “la scoperta cominicia quando si lascia la sterile autostrada” prende ancora più valore. Credo fortemente, ma penso che sia ovvio per chi fotografa e anche per chi viaggia più in generale,  che le cose piu interessanti in un viaggio nascono quando ci si imbatte nelle piccole strade, magari sterrate, che passano attraverso villaggi e paesaggi mai visti prima. E’ li che inizia la ricerca, è li che ogni senso prende forma e scatta quella magnifica lucina nella testa che dice: lasciati trasportare, scopri… scatta una foto!

Terre sconfinate, si alternano a foreste tropicali impenetrabili ed agglomerati di case che trasudano vita ad ogni angolo. Inutile dirvi che sarei sceso dalla macchina (ah… la macchina, mi raccomando: se volete affrontare un tipo di viaggio come questo procuratevi un driver di cui vi fidiate…vi riporterà a casa sani e salvi, scusate, ci tenevo a precisarlo… ma le strade del Ghana sono un pò particolari e vengo da Roma, ho detto tutto) ogni cento metri ma non era possibile anche perchè, per l’appunto, in Africa non esitono posti dove potersi fermare in sicurezza e non essendo solo ho deciso di fotografare spesso dalla stessa automobile come fossi su un enorme Slider Dolly per riprese video. In africa il 90% della vita si svolge in strada e quando dico in strada intendo sul ciglio della strada. Dai piccoli venditori ai bambini che giocano, a chi passeggia… tutto si svolge in pochissimi metri!

Una serie di scatti dove ho cercato il senso del viaggio, il profumo della strada e di ciò che la circonda: è incredibile quante cose si possono vedere e fotografare da un semplice finestrino!

Fino ad intravedere il mare, l’infinito Oceano Atlantico Meridionale. Un incredibile massa d’acqua delimitata da una parte dall’Antartide e dall’altra dalla costa Africana e dell’America del Sud. Il nostro viaggio finiva qui, tra le città di Cape Coast ed Elmina, dove si ergono due maestose costruzioni chiamate “Castelli degli schiavi”.  Qui, fino a poco piu di 100 anni fa, persone innocenti e libere venivano strappate alle loro famiglie, fatte prigioniere e ridotte in schivitù, costrette a viaggiare su improponibili imbarcazioni per giorni, mesi, fino ad approdare in America del sud, piuttosto che in Europa. Li, li attendeva una vita priva di ogni significato di libertà, senza l’alcun ben minima possibilità di poter rivedere le loro famiglie. Roba da far accapponare la pelle a chiunque. Una storia che si ripete, in modalità differenti, anche ai giorni nostri… ma questa è un altra storia.

Per questo sono rimasto in silenzio per quasi la totalità del tempo. Ho pensato molto alla storia che stavo calpestando, a questi luoghi presi d’assalto dalla demenzialità dell’uomo, al nostro passaggio discreto nell’epoca della tecnologia e dell’industrializzazione avanzata. Ho pensato molto a quanto fosse particolare ed interessante scoprire luoghi che non conoscono turismo e non offrono distrazioni di nessun genere. Ho osservato molto per poi fotografare, con grande discrezione, ciò che ho trovato lungo la strada, cercando di dare una visione personale ed attuale di un luogo che resta legato a terribili fatti di una storia ancora troppo recente da dimenticare.

Chapter III

Potter's Village Photography and Life Experience


Abbandonata la street torniamo a Dodowa ed arriviamo alla parte probabilmente più “intima” del viaggio: Il Potter’s Village.

Qui devo concentrarmi parecchio altrimenti rischierei di dilungarmi ore ed ore per descrivere questo luogo che definirei magico. Il Potter’s è un miracolo, uno schiaffo in faccia al nostro finto benessere, all’alienazione occidentalista, all’individualismo in cui ci siamo cacciati.  L’ho definito il vero social network della vita, quello senza paillettes, senza riflettori, quello che per capire davvero qualcosina devi “ficcarti” in un viaggio come questo. Un luogo dove convivono oltre centocinquanta ragazzi che vivono una vita fatta di difficoltà incredibili, dove anche l’acqua potabile non è un qualcosa di certo. Una vita fatta di difficoltà che finchè non le vedi con i tuoi occhi non puoi realmente capire. Difficoltà nelle quali (ed è qui la vera magia) riescono comunque a combattere con un incredibile senso di rispetto reciproco e di sensibilità che mette i brividi. Loro nella vita sono stati meno fortunati di noi ma hanno le stesse identiche (anzi,  ho scoperto che ne hanno infintitamente più di noi) nostre volontà di dedicarsi allo studio, alle passioni, al futuro lavoro… per costruire il loro mondo migliore. Esattamente come noi, anzi, infinitamente piu di noi. Probabilmente è questa la prova più bella che il Potter’s mi ha fatto capire: nella vita abbiamo davvero bisogno di pochissime cose, si contano su metà mano, non centra la tecnologia e sono alla nostra portata ogni istante. Eliminare il futile per concentrarsi sui fondamenti della vita.  Non dimenticarsi mai di sorridere e mai smettere di credere nel mondo migliore. Questo non l’ho letto su nessun libro di citazioni ma l’ho imparato grazie alla mia famiglia e all’incontro con i ragazzi del Potter’s. Ho imparato da ragazzi di 10 anni cosa significa la parola CONDIVISIONE (non quella facebook o come la intendiamo noi)… cosa significa aiutare la persona che hai a fianco, cosa significa dover contare sui tuoi fratelli per sopravvivere. Elementi in parte (sò stato buono, ho detto in parte..) offuscati dall’avidià dell’uomo moderno che pone al centro della vita i propri interessi, la politica, l’economia, il business, amazon prime e le storie fighe sui socali network. E qui mi fermo perchè diventerei un filo pesante e toglierei spazio ai ragazzi del Potter’s che volevo farvi vedere in tutta la loro bellezza. E non voglio neanche dire quale sia la vita migliore e non voglio cercare nessuna tipologia di confronto: sarebbe impossibile ed inopportuno. Penso solo che a volte eliminare il futile e tornare ad una vita più semplice, basilare, più umana, non farebbe affatto male a nessuno.

Eccoli i nostri amici ripresi in alcune delle quotidiane situazioni che vivevamo all’interno del Potter’s!

 

Gli ho dato il nome di “Experience” perchè non sapevo bene che titolo assegnare ad una cosa del genere (ammesso che possa avere un titolo). Poi ho pensato che effettivamente era stata una vera e propria Lezione/Esperienza di vita, e quindi eccolo li, Experience. Un qualcosa che fatico anche a raccontare perchè reputavo fino a qualche tempo fa troppo intima da riuscire a condividere. Un qualcosa per cui, forse stupidamente non lo nascondo, avevo paura di cadere nel clichè del bravo ragazzo che fa qualcosa per chi ha meno possibilità. Avevo paura che non fiuoriuscisse il vero senso di queste azioni. Una di quelle esperienze che davvero ti cambia il modo di vivere e che ti fanno sfiorare, almeno per un momento, quella effimera sensazione che chiamiamo felicità. Un’esperienza che mi ha insegnato molto e chi mi ha aperto a possibilità e strade mai conosciute prima. Di cosa si tratta? Provo a raccontarla brevemente  per poi lasciare al silenzio delle fotografie il compito di raccontare. Tra le varie attività che svolgevamo all’interno del Potter’s una in particolare ha segnato la mia esperienza: abbiamo giocato “a fare i fotografi” con i ragazzi. Un’idea nata quasi per caso e non molto prima di partire, senza sapere minimamente in che modo portarla a termine. Non potevo sapere come avrebbero reagito i ragazzi davanti a questo tipo di attvità (…a volte, anche dopo aver recuperato il materiale, ho avuto dei momenti di “blocco” perchè pensavo che non avrebbe funzionato… per fortuna che ho dovuto ricredermi).

Per questo non ho pubblicato e condiviso con tutti (anche se mi sarebbe piaciuto tantissimo e chissà che in futuro non si riesca a fare con amici e colleghi fotografi un’azione di gruppo) il piccolo grande silenzioso crowfunding che ho attuato: grazie all’aiuto della mia famiglia, di mio fratello con alcune personalità dell’ INGV (istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) e pochissimi amici a me più vicini sono riuscito ad acquistare alcune macchine fotografiche instantanee Fuji ed una buona scorta di pellicole da portare con me. Non so bene cos’altro aggiungere perchè ho vissuto questa esperienza con un tale tasso di emozione che mi resta davvero complicato tradurre in parole. Il resto è emozione pura che lascio tranquillamente raccontare agli scatti che vedrete nella prossima gallery (scatti per cui non finirò mai di ringraziare Valentina ed i ragazzi che erano li con noi per la realizzazione del progetto!). Vedere questi ragazzi, e non solo, cosi interessati, incuriositi ed elettrizzati da questo gioco è stato sicuramente il regalo più bello della mia vita: un qualcosa che ti appaga totalmente di tutte le fatiche e le difficoltà incontrate!

Vederli fotografarsi, ridere e mettersi in tasca le pellicole (ed addirittura appenderle in una sorta di esposizione) appena uscite è una sensazione che porterò per sempre con me e che spero abbia lasciato un piccola traccia nella vita di questi ragazzi che stimo ed ammiro immensamente  per la loro forza e tenacia davanti alle difficoltà che la vita quotidianamente gli mostra: viva il Potter’s, viva la Fotografia!

Chapter IV

African Sunrise

Non sapevo bene come e se integrare queste ultime fotografie all’interno del racconto, vuoi per il netto cambio di comparto fotografico utilizzato e vuoi perchè il risultato si distacca totalmente dallo stile, se vogliamo, “più street” visto fino a prima. Avevo deciso di non inserirle per non andare a creare troppa confusione negli occhi di un ipotetico lettore ma poi sono tornato indietro ed ho pensato che in ogni caso, queste due situazioni hanno segnato decisamente il nostro percorso in quei giorni meravigliosi e cosi ho deciso di dedicare l’ultimo capitolo a due momenti del viaggio che ci hanno emozionato nella loro semplicità e naturalezza.  Il sole che sorge è sempre un momento magico a prescindere dal luogo che si visita e se poi si ha la fortuna di viverlo in fantastica compagnia e con la voglia di condividere un piccolo, brevissimo momento di felictià… bhè, direi che si è a metà dell’opera. Questo è quello che sono riuscito a catturare in quei brevissimi momenti: quasi un mini-shooting con Kwame, Ohavi, Vale, Alice ed Ilaria che hanno assecondato qualche pseudo-idea trasformata poi in questa mini serie fotografica.

Come dimenticare la sveglia alle 4:30AM (svegliare Massy di notte… follia pura!), la memory card lasciata in camera e la corsa per riprenderla, la camminata nella foresta con i compagni ed amici di viaggio verso la collina (ah, in Ghana non tutto ha un nome, come per esempio questa collina: per loro è La Collina!) dalla quale si scorge gran parte del Ghana ed il silenzio assordante di una Dodowa che lentamente prendeva vita.

Avevo con me il piccolo, fedelissimo ed immancabile Zenit Helios 44-2 del ’78 montato a vite, con l’ausilio di un semplice adattore, su di una Canon 6D (ma di questo ce ne frega veramente il giusto). Una lente tutta manuale dalle tonalità retrò e lo sfocato quel tanto “swirly” che basta, per la quale impazzisco e che mi ha accompagnato nella realizzazione di questi scatti: l’alba su Dodowa.

 

La seconda alba sulla spiaggia di Cape Coast, ai piedi del castello, con gli occhi protesi verso il mare ad attendere il sole. Una mattinata che non dimenticherò mai, in cui ho osservato la vita della costa ghanese in tutta la sua semplicità: i pescatori con le loro DAU, le tipiche imbarcazioni Africane, uscire verso il mare… Il sole che lentamente sanciva l’inizio di un nuovo giorno ed il rumore contiuno e fortissimo del mare (che in realtà è un vero e proprio rombo continuo, come se un enorme aspiratore sia accesso sopra la propria testa) hanno accompagnato la nostra attesa. Ricordo perfettamente l’emozione vissuta nell’osservare le barche che lente passavano davanti ai nostri occhi mentre il sole dietro riempiva il cielo di sfumature bellissime e la curiosità nell’osservare questi ragazzi recuperare le reti in mare direttamente dalla spiaggia… un esempio puro di lavoro e condivisone. Un qualcosa da portare gelosamente a casa e custodire nei ricordi di un viaggio indimenticabile.

Mi perdonerete ma ho un ultimo dubbio e chiedo anche agli esperti: l’Alba in Africa inizia con il sole già abbastanza alto. Cioè, per intenderci, il primissimo spicchio non lo vedi filo-terra ma si intravede già ad una buona altezza. Ho chiesto anche a gente del posto ma non sono riuscito a capire granchè. Non ho ancora ben capito se si tratta semplicemente della differente posizione geografica dalla quale si guarda… o ancora più semplicemente a causa della foschia o cose del genere. Magari è una stupidagine ma è un dubbio che mi porto avanti praticamente da un anno: in ogni caso, qualsiasi delucidazione in merito sarebbe davvero ben accetta!

Ma… Massy! Tutte le foto a colori e l’ultima in bianco e nero?

Si, la fine di questo racconto me la sono immaginata cosi…. un po’ come in fondo è l’Africa: improvvisa, bellissima, ricca, spoglia e disordinata. Lo Chiudo così, con questa immagine che porto nel cuore, perchè scattare con i brividi sulla schiena non è una cosa di tutti i giorni: alle emozioni non si comanda!

 

Chapter V (Bonus Track)


Foto ricordo dal Potter's Village

Pensavate fosse finita vero?

Ed invece no, un ultimo piccolo sforzo!  Volevo lasciarvi ad alcune immagini che ci ritraggono con i ragazzi del Potter’s. Una serie di fotografie “ricordo” che custodisco gelosamente nel cuore e che volevo condividere con tutti voi!

Questa volta è davvero tutto. Spero che attraverso la condivisione di queste immagini possiate apprezzare le emozioni di un'esperienza per me indimenticabile e che ha cambiato in modo significativo il corso della mia vita.

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